Nell’experience design la qualità non esiste, esiste solo ciò che funziona!?

Negli ultimi giorni ho dedicato parte del mio tempo a finalizzare e raffinare i concetti che stanno dietro a evo in vista della mia presentazione alla prossima UXconference e mi sono concentrato sulle metriche (tasso d’uso, win point, pain point, etc.. ) che abbiamo seguito negli ultimi mesi per alcuni clienti nell’ottica di continuare ad evolvere i loro progetti.

Osservandole analiticamente e con una certa freddezza al di fuori dei progetti mi sono reso conto che quasi tutte le metriche su cui vale operare scelte di design in quanto impattano sul reale successo dell’esperienza offerta non sono metriche legate ad un concetto di qualità nella fattura del prodotto ma sono tutte metriche di adozione e funzionamento.

Questo è un fatto che mi è apparso in un primo momento un po’ strano se consideriamo i classici canoni dei modelli di qualità in uso ma riflettendoci sopra mi rendo conto che è l’effetto naturale di shifting dall’approccio a progettare interfacce usabili (che è la concentrazione sull’artefatto o la tecnica) a progettare esperienze.

La conclusione anche un po’ provocatoria su cui sto riflettendo nella mia testa e che probabilmente nell’experience design non può esistere un concetto di qualità ma l’unico indicatore rilevante e il fattore di funzionamento (o adozione) dell’esperienza offerta, e forse è per questo che risulta da anni così difficile correlare in maniera lineare le metriche d’uso a quelle di business.

Che ne pensate?