Il livello di qualità del web

Qualche giorno fa sono stato ad un pranzo di piacere con altri manager di società IT Ticinesi e durante la discussione (praticamente monopolizzata dai miei vaneggiamenti sul fantomatico 2.0 con tanto di rivista Time sul tavolo) è emerso uno spunto interessante.

Una persona al tavolo faceva emergere il problema che fino a poco tempo fa i siti e le applicazioni web che realizzavano (senza alcuna progettazione dell’esperienza utente :-( ) per i loro clienti Ticinesi coprivano perfettamente le loro aspirazioni di qualità, sia a livello funzionale che di appeal visuale, però ultimamente diversi clienti iniziavano a portare critiche verso quello che veniva fornito. Queste critiche nascevano su tutti gli aspetti del software fornito ma principalmente attraverso un raffronto verso applicativi del web 2.0 come Gmail o Flickr.

Il caso poteva essere isolato ma tutti i presenti hanno comunque riportato precedenti simili.

Mi è allora lampata una domanda per la mente: qual è il livello di qualità del web?

Mi sono immediatamente dato la risposta, anche con un certo senno temporale. Se infatti fino a pochi anni fa il livello di qualità che si aspettano gli utenti/clienti è dato dalla realtà locale oggi è dato dalla realtà globale. Dunque esiste un unico livello di qualità richiesto per l’intero web.

Questo implica che o le aziende si adattano portandosi a quel livello o nel lungo periodo non riusciranno più a soddisfare i loro clienti.

  1. Marco Camisani Calzolari

    Luca,
    credo che il cambiamento in corso non tocchi solo chi deve per forza convertirsi al digitale (agenzie, centri media, televisioni, marketing manager, etc) ma anche chi nel digitale già lavora.
    Per esempio, quante sono secondo te le web agency in grado di offrire un sito in AJAX, dinamico, e magari fatto con Django? Poche. Lo sappiamo. Quante sono in grado di suggerire wordpress perché lo conoscono bene? Quante stanno lontane da quelle piattaforme perché pensano che così non potranno più vendere le loro costosissime custom made?
    L’innovazione costa fatica, e nel digitale richiede un’approccio professionale che mantenga sempre tutti in fase di ricerca e apprendimento, cosa che le aziende italiane non praticano.
    I risultati sono che io pago $5 all’ora programmatori bulgari, indiani e pakistani che conoscono alla perfezione i nuovi linguaggi.

  2. Luca Mascaro

    Voto +1 per le tue opinioni… il bello è che ora le aziende stanno iniziando a rendersene conto ma non sanno esattamente che provvedimenti prendere (loro :)

  3. Diego Peroni

    Marco ha colto il vero problema, la sfida per chi lavora nel mondo del software obbliga sempre più ad essere innovatori, cioè professionisti capaci di sostenere la cultura dell’innovazione e del rinnovamento continuo.
    Il valore aggiunto per il “cliente” deriva sempre più spesso dall’idea innovativa e dalla capacità di saperla tramutare in soluzioni efficaci in tempi sempre più “rapidi”.
    Visto che siamo in tema vi segnalo questo link interessante:
    http://www.tenfacesofinnovation.com

  4. Alessandro.Bondi

    IMHO l’innovazione comporta dei corsi che non tutte le aziende possono permettersi.
    Andare la mattina in ufficio e pensare di progettare un’applicazione Web 2.0 iper-sbuccia in certe realtà è un sogno, dato che alla fine della fiera chi decide deve far tornare i conti.
    Certo che a furia di “rompere le scatole” pare che si stia iniziando ad aprire una breccia…
    Marco, scusa una cosa: ma la programmazione offshore che citi nel tuo commento in che chiave l’hai scritta? Come realtà vissuta? Noi stiamo iniziando a valutarla ma dobbiamo ancora capire bene se il gioco può valere la candela.

  5. andrea.paiola

    In Italia siete fuori mercato: il vostro mercato è il mondo :D

  6. Luca Conti - Pandemia

    Caro Luca,

    il mio è il modesto punto di vista di uno che osserva ma che non è parte in causa: non sviluppo, non ho rapporti diretti con aziende.

    Non credo che il web sia diverso dal mondo degli atomi. Nel mondo reale ci sono aziende che innovano, altre che campano su rendite di posizione o su agganci politici. Perché il web dovrebbe essere diverso?

    Se manca la cultura alla base o se la cultura c’è ma passa in secondo piano causa interessi diretti (per non dire mazzette, favori, poteri, ecc.), perché il web dovrebbe cancellare i parassiti?

    Certo, nel tempo le rendite di posizione sono destinate a ridursi e il web, in quanto globale, una mano la dà. Credo però che il mercato, di per sé, non sia sempre efficiente e senza regolazione non vada sempre nella giusta direzione.

    La stessa Microsoft, quinta essenza dell’informatica di massa, deve il suo successo economico dalla rendita di posizione dovuta a Windows e Office. E’ con questa che va avanti, compra aziende innovative e tiene in borsa.

    Non sono né pessimista, né cinico, ma realista. Detto questo la realtà è destinata a cambiare, ma rimarrei con i piedi per terra. :)

  7. Luca Mascaro

    Luca hai perfettamente ragione però tornando al discorso della qualità resta il fatto che il web 2.0 con i suoi canoni di qualità sembra essere una Disruptive Technology del software e del web tradizionale, dunque risulta in ogni caso un influsso almeno verso gli utenti finali che pretendono pari qualità

  8. Almansi

    Grazie a Luca Mascaro per il post, e a voi tutti per gli interessanti commenti.

    Da utente che ha pasticciato una volta con un sito senza avere la minima idea di impaginazione, (avevo copiazzato il non-template del sito della FSF) let alone delle altre regole:

    Sì, sono attraenti i siti web 2.0, perché sono chiari, sobri, e quindi sembrano meno a rischio di invecchiamento precoce di quelli con layout più complessi. Poi ovviamente sono attraenti per via delle loro funzionalità interattive e collaborative.

    Adesso che ad es. iobloggo offre di mettere sotto dominio proprioi blog da loro ospitati sotto dominio proprio per 12 € al mese, la tentazione è grande per gruppi e associazioni non profit di utilizzare quella soluzione, abbinata con altre applicazioni web 2.0. (Vedi anche il blog WordPress dove capiti se digiti http://allmend.ch.

    Però… mi ricorda la fine degli anni 70 – inizi degli anni 80 quando le macchine e le carrozzine per bebé erano tutte tetragone: funzionali, sobrie anch’esse – però monotone.

    Quindi forse si arriverà a una suddivisione globale del lavoro, con l’outsourcing di cui parla Marco Camisani Calzolari per quanto riguarda le funzionalità dei siti, però in base a un design personalizzato, possibile soltanto attraverso un’interazione tra il committente e il responsabile, il mastro d’opera del sito (non dico web designer perché se ho capito bene la parola è obsoleta anch’essa, poi intendo non soltanto il design esterno, ma l’architettura aperta ad introdurre nuove funzionalità).

    E quell’interazione deve avvenire in presenza, perché spesso il commitente non sa quello che vuole, non lo può sapere.

    Quindi per tornare alla domanda di Luca sul livello di qualità del web, non so se è accertabile con un metro unico, e nemmeno con una serie di standard – perché ognuno di quei standard andrà ponderato diversamente a seconda degli usi che vuole il comminttente, e dell’immagine che vuole dare. Però se si va verso quella suddivisione del lavoro, sembra che l’apertura di un sito a nuove funzionalità – anche non ancora esistenti – possa diventare un criterio importante.

    Cosa questo significhi in pratica a livello tecnico non lo so. Ma spero/confido che voi sì ;-)

    Claude Almansi

  9. Luca Mascaro

    Lascio nota di un intervista che mi hanno fatto sull’argomento sul blog di Noi Media

    http://noimedia.podspot.de/post/luca-mascaro-la-qualita-del-web/